ALCUNE NOTE SULLA SIMBOLOGIA DELLA PIETRA D’ANGOLO

ALCUNE NOTE SULLA SIMBOLOGIA DELLA PIETRA D’ANGOLO

ALCUNE NOTE SULLA SIMBOLOGIA DELLA PIETRA D’ANGOLO
L'Apprendista da Oswald Wirth

Gesù disse: “Indicami la pietra respinta dagli edificatori! Essa è la pietra d’angolo”.

Questo è uno dei detti del Vangelo di Tomaso, uno dei codici in lingua copta contenenti i testi gnostici noti come i Testi di Nag Hammadi – circa una cinquantina -, scoperti nel 1945 e cominciati ad essere pubblicati e diffusi solo nel 1972.

La figura dell’apostolo Tomaso è estremamente interessante dal punto di vista della simbologia massonica. Innanzitutto il suo nome completo, riportato nella titolatura del testo, Didimo Giuda Tomaso, e “didimo” in greco ha il significato di “doppio, gemello”, così come Tomaso in aramaico significa “fratello gemello”. Tomaso è anche, come viene ripetutamente affermato nel vangelo gnostico e in tutti i testi apocrifi a lui attribuiti, il depositario di segreti e misteri, proprio grazie a questa fraternità perfetta, che gli ha permesso di conoscere la divinità e quindi se stesso, come ci spiega il testo di Nag Hammadi.

E infine le leggende narrano che Gesù risorto gli ricordò la fratellanza e lo vendette per trenta denari come architetto a un ricco indiano.

Non c’è dubbio che questi elementi, contenuti in uno scritto dichiaratamente esoterico e nelle connesse leggende, e che sono, fra l’altro, la pietra d’angolo, la fraternità perfetta, il segreto, l’architettura, creino in noi Massoni particolari risonanze.

Tanto che qualche Fratello come Bernard E. Jones in Guida e Compendio per i Liberi Muratori ha sostenuto che San Tomaso avrebbe più diritto dei due San Giovanni di essere considerato il patrono dei muratori e degli architetti, sulla base non del testo gnostico, reso noto – come si ricordava -solo di recente, ma perché l’apostolo, nelle sue rappresentazioni iconografiche medioevali, ha come insegne la squadra o il regolo o, talvolta, la stessa pietra. Tant’è che in sede ecclesiastica è il patrono dei geometri, dei muratori e dei tagliapietre. Va anche osservato che in alcune località l’apostolo viene venerato il 21 dicembre, nel solstizio d’inverno.

Tornando alla pietra d’angolo, diciamo che si tratta di un’espressione storicamente d’origine ebraica (Isaia, 28,16-17):

Pertanto, così parla il Signore Jahve:

“Eccomi, io pongo una pietra in Sion,

una pietra scelta,

angolare, preziosa, da fondamento;

chi vi crede non vacillerà.

Io dispongo il diritto come misura

e la giustizia come livella.

Dunque, uno, tra gli altri, dei suoi originari significati è l’immagine applicata al capo, al condottiero che tiene insieme un popolo.

Ma ancor più suggestiva è la cabalistica Zohar, che citando i Salmi (118, 22) che sono il testo più antico nel quale rinveniamo il detto di Tomaso, così lo commenta:

La pietra scartata (cioè quella che si è staccata dal trono di Dio ed è precipitata nell’abisso) dai costruttori (e cioè dalle Sefirot dell’edificio cosmico) è diventata pietra d’angolo (cioè fondamento del mondo).

Il medesimo concetto, ricordato dal Cristo, ritroviamo anche nei Vangeli canonici del Nuovo Testamento (Matteo, 21,42):

La pietra che hanno scartato i costruttori,

questa è diventata capo d’angolo.

Questa è l’opera del Signore,

ed è meravigliosa agli occhi nostri.

Come pure, con analoghe parole, in Marco (12, 10), Luca (20, 17) e negli Atti (4,11):

Egli è la pietra, disprezzata da voi costruttori,
diventata capo d’angolo.

e ancora in San Paolo (Epistola agli Efesini, 2, 20)

in cui Cristo è la pietra angolare su cui si fondano apostoli e profeti e su tale fondamento s’inseriscono come pietre vive i cristiani in una costruzione ben allestita che cresce come un tempio santo.

Esempio di giare per la conservazione di papiri

Ma solo nel Vangelo di Tomaso,- un vangelo apocrifo ritenuto scomparso fino al rinvenimento nel 1945 della giara in un sepolcro di una località dell’Egitto in cui era contenuto assieme a una raccolta di papiri gnostici , nascosti nel IV sec. d.C. (ma il cui originale testo risale allo stesso periodo dei vangeli canonici e cioè il 70-90 d. C.), perché condannati come “eretici” e quindi sistematicamente eliminati come se racchiudessero segreti potenzialmente pericolosi per la Chiesa costituita -, solo in esso il Maestro chiede che la pietra d’angolo gli venga mostrata. Allo stesso modo, nel rituale d’iniziazione, il Maestro Venerabile chiede al Fratello Esperto di mostrare la pietra grezza al Neofita e di insegnargli il suo lavoro di Apprendista. Forse, a dimostrazione che, nonostante la devastazione sistematica di un esoterismo – esseno e di probabile origine egiziana -, e chi di questa tradizione sono stati conservati e trasmessi dalle società iniziatiche. Già Eugène Canseliet, l’allievo di Fulcanelli, nel suo L’Alchimia parla, non a torto, di una precisa eredità magico – alchemica nel simbolismo rituale del protocristianesimo. Del resto lo stesso Talmud – come ci riferisce Ėliphas Lèvi – racconta che Gesù Ben-Sabta ( che significa Figlio della Separata,. o della Vedova, e quindi Figlio di Iside, la vedova o separata per antonomasia intenta alla ricerca delle parti del corpo smembrato del suo sposo Osiride), dopo aver studiato i misteri in Egitto, “innalzò in Israele una falsa pietra angolare e trascinò il popolo nell’idolatria“.

L’espressione simbolica della pietra d’angolo ha comunque un duplice significato: è la pietra posta a fondamento di una costruzione, che unisce e rende stabili due muri al loro punto d’incontro, ma è anche la pietra angolare che non sta nelle fondamenta, ma, al contrario, sulla sommità dove completa l’edificio e al contempo lo tiene unito. E’, analogicamente, l’alfa e l’omega, il principio e la fine, la pietra grezza e la pietra digrossata, l’apprendista e la pietra cubica, l’Uomo che aspira a trasformarsi ritualmente in Tempio, proiezione su scala microcosmica dell’Universale Tempio.

Il medesimo concetto esprime San Pietro nella Prima Epistola (2, 5):

E voi stessi come pietre vive costruitevi a somiglianza di un tempio spirituale,
così da formare un santo sacerdozio e per mezzo di esso offrire sacrifici
spirituali.

Il lavoro di sgrossatura della pietra

Ma ancora più vicine al linguaggio adoperato da noi Massoni sono le parole di Sant’Agostino:

Le pietre vengono estratte dalla montagna dai predicatori della verità per venire poi squadrate, affinché possano inserirsi nel Tempio eterno. Al momento molte pietre sono nelle mani dell’Artefice; voglia il cielo che nessuna di esse cada dalle sue mani, affinché ciascuna acquisisca il giusto formato che le consentirà d’integrarsi nella costruzione del celeste edificio.

O quelle del poeta latino Prudenzio, che la leggenda vuole iniziato alla Libera Muratoria, e che asserisce che il fatto immortale è la Pietra:

Sí, l’angolo edificato con questa pietra, tanto dispregiata dai costruttori, permarrà nei secoli dei secoli. Oggi è la chiave di volta del Tempio. Ed è essa che mantiene la coesione delle pietre nuove.

Ancor più vicino a noi Fulcanelli che nei suoi testi ci spiega che uno dei significati della pietra angolare è la Prima pietra, la materia iniziale della Grande Opera. Umanizzata a Notre Dame di Parigi sotto le spoglie di Lucifero ( il portatore di Luce, la stella del mattino), la statua veniva popolarmente chiamata “Mastro Pietro del Cantone”, appunto la pietra maestra del cantone, la pietra d’angolo.

Quella materia come ci spiega un testo alchimistico del 1526 che:

è familiare a tutti gli uomini, giovani e vecchi, la si trova nelle campagne, nel villaggi, in città, in tutte le cose create;  eppure tutti la disprezzano. Ricchi e poveri l’hanno per le mani tutti i giorni. Le donne di faccenda la gettano tutti i giorni per strada. I bambini ci giocano. Eppure nessuno dà valore ad essa, che nondimeno è molto vicina all’animo umano, è la cosa più bella e ricca che ci sia sulla terra ed ha il potere di abbattere re e principi. Eppure di tutte le cose della terra è stimata la più bassa e la più spregevole.

E, poi, non possiamo non menzionare le pagine, numerose e profonde, che alla pietra angolare ha dedicato René Guénon. In esse si osserva quella applicazione dell’analogia fra il principio e la fine, fra il primo e l’ultimo, tra microcosmo e macrocosmo, e che lo portano a concludere che:

la costruzione rappresenta la manifestazione nella quale il principio appare solo come il compimento finale; e proprio in virtù di questa analogia la ‘prima pietra’, o la ‘pietra fondamentale’ può essere considerata come un ‘riflesso’ dell’‘ultima’ pietra, che è la vera ‘pietra angolare’.

Questa pietra inoltre viene disprezzata e gettata tra i rifiuti perché per così dire simbolicamente non si è ancora passati dalla squadra al compasso. Ulteriori speculazioni possono sorgere dal fatto che la forma quadrata corrisponde alla terra e quella circolare al cielo e che nel nostro simbolico edificio avremo quattro pietre d’angolo squadrate a fondamento e una pietra circolare o semi circolare che sarà la chiave della cupola o della volta. La figura geometrica ottenuta sarà quella della piramide, nella quale i quattro spigoli laterali procedono verso il vertice e viceversa emanano da esso. Chi come noi Massoni è addestrato alle correlazioni architettoniche con quelle alchimistiche vi vedrà immediatamente la corrispondenza tra i quattro elementi e la “quintessenza”, per cui in architettura il compimento dell’opera è la “pietra angolare”, in alchimia è la “pietra filosofale”. O anche vi vedrà, avvicinandosi alle antiche cosmogonie,come nella mitologia greca, le pietre gettate dietro il capo, e cioè le ossa dell’Antica e Grande Madre, della Madre Terra, da Deucalione e Pirra, unici superstiti scampati sull’arca dal diluvio universale che annientò la stirpe dell’età del bronzo. Pietre che si tramutarono in uomini e donne e per questa ragione, come ci narrano Apollodoro e Ovidio nelle Metamorfosi, gli uomini vennero metaforicamente chiamati popoli (laoì) dalla parola làas, pietra, perché il genere umano è duro ed “esperto” nelle faticose opere. O, ancora, la pietra occulta della formula iniziatica esoterica V.I.T.R.I.O.L. del Gabinetto di Riflessione, già presente nei testi alchemici di Basilio Valentino.

Ricordiamo l’alchimista Angelus Silesius che nel 1657 assicurava:

La tua pietra, o chimico, è nulla; io possiedo la pietra angolare, la mia tintura aurea, pietra di tutti i savi.

Infine come dimenticare che questa pietra disprezzata, è in realtà preziosa e rammenta quindi la pietra del Graal del Parzival di Wolfram von Eschenbach: il lapsit exillis, interpretabile come la pietra discesa dal cielo – lo smeraldo caduto in terra dalla corona di Lucifero -, custodita da templari eletti. Per quelle coincidenze che possono apparire strane solo al mondo profano, anche Parzival è “il figlio della signora rimasta vedova”, come il Gesù, prima ricordato, del Talmud, e, soprattutto, come Hiram Abiff, architetto del Tempio di Salomone, “figlio di una vedova”(Re, 7, 14). D’altronde, secondo i più recenti studi letterari e antropologici, il testo di Wolfram, tra i vari dedicati al Graal, è quello che più risente di influssi orientali e gnostici, ed è il primo che descrive il Graal come una pietra. L’origine gnostica del Parzival era stata individuata da diversi studiosi di esoterismo già nell’Ottocento e, dal Settecento fino ai giorni nostri, ritorna continuamente l’ipotesi, sotto varie congetture, che i Templari fossero venuti a contatto con forme superstiti della Tradizione, divenendo detentori di una dottrina che si era dovuta soffocare, attraverso il processo all’Ordine, per non mettere a repentaglio la sopravvivenza della fede cattolica.

Ma qui cerchiamo di fermarci, anche perché come rileva Guénon, quello della pietra d’angolo è un argomento veramente inesauribile, e anche, aggiungerei, perenne fonte di accostamenti, risonanze e intuizioni in chi sta compiendo un architettonico lavoro interiore di individuazione e trasmutazione.

Oggi ancor più inesauribile, considerato che uno dei doni dei nostri tempi, assieme a tanti segni nefasti, è la possibilità di conoscere altre Tradizioni e di accostarle alla nostra Tradizione occidentale, basata sulla simbologia dei costruttori. Trovando, quindi, quelle corrispondenze che confermano l’unicità della Tradizione indipendentemente dalle forme da Essa assunte in diversi punti storici e geografici.

A me dà un particolare senso, di maggiore energia nel mio lavoro di elaborazione, scoprire che il Tao, nato sotto il cielo dell’Estremo Oriente e, storicamente, diversi secoli prima di Cristo e duemila anni prima degli alchimisti del XVI e XVII secolo, corrisponde alla nostra pietra d’angolo e alla nostra Prima Materia.

E’ infatti comune tradurre Tao con le parole “via, sentiero”. Ma più precisamente l’ideogramma cinese, che ha sempre un significato simbolico, è composto dal segno di “andare” e da quello di “capo, punto elevato”, cioè la nostra pietra d’angolo, nascosta e perciò non riconosciuta, ma che, correttamente percorsa la via, diverrà la pietra chiave di volta.

Una fra le descrizioni del Tao infatti somiglia, con grande suggestione, alla nostra pietra; le sue parole che lascio alla meditazione dei Fratelli sono queste:

Il grande Tao arriva alla sua meta in silenzio e senza fare rumore.

Nutre diecimila esseri

eppure non è il sovrano.

Non ha scopo; è molto piccolo.

I diecimila esseri tornano ad esso

eppure non è il sovrano.

E’ molto grande.

Non manifesta la sua grandezza

e per questo motivo è veramente grande.

Antica Erma, prima del 79 d.C., Pompei

Possiamo convenientemente accostare l’ideogramma cinese alle più antiche  raffigurazioni di Ermes, la divinità accompagnatrice delle anime, una pietra quadrata sormontata da un fallo agli angoli delle strade, nei crocicchi, ad indicare la via, e che ritroviamo nella civiltà indù come linga, pilastro di forma fallica, simbolo di Shiva, qui nella funzione di generatore di vita, e che simboleggia la forza creatrice divina e maschile e anche l’asse del mondo, che collega il cielo e la terra, il sostegno supremo di tutte le cose dell’universo.

Linga da Matura, II sec., New Dehli National Museum

Avvicinarlo al lapis niger, che i Romani ponevano all’inizio della Via Sacra; ancora alla Haggiad-el- essored, la pietra nera dell’Islam, probabilmente un meteorite, incastonata nell’angolo orientale della Ka’ba o Beit-Allah, la Casa di Dio, alla Mecca, il cui pellegrinaggio, nel profondo significato arabo, indica “aspirazione” ed è il simbolo del passaggio alla vita immortale. L’arabo Beit-Allah traduce l’ebraico Beet-El, il betilo di Giacobbe, la pietra del fulmine, anch’esso luogo d’incontro tra cielo e terra, il potere di ciò che frantuma e spacca. Correlarla, ancora, a Notre Dame, alla Madonna Nera, cui erano particolarmente devoti i Templari, e che è tra i nomi metaforici dati alla prima materia alchemica, che opportunamente trattata diverrà materia prima.

Oggi, per quel grande dono già ricordato che la nostra epoca ci dà per chi lo sa cogliere, possiamo conoscere anche la Tradizione dei Sioux, o meglio dei Lakota, un popolo che ha saputo vivere in un mondo di simboli e in
cui la spiritualità e la vita quotidiana erano un tutt’uno. Si pensi solo che Tradizione si traduce con lakol wico’han, che significa “la vita / rito di tutti giorni”, dove quindi Uomo e Cosmo non sono differenti tra loro, dove la Natura non è una cosa o un dio, ma spirito ed energia, e quindi la via Sioux, lakol wico’han, è anche definita wico’han wakan, un opera sacra, misterica, nel senso di ciò che è incomunicabile con la parola. Il Sioux considerava il mondo un mistero e se stesso un mistero nel mistero. Il mistero è Wakan, lo Spirito, o meglio un Energia – Mistero. Wakan Tanka è, appunto, il Grande Mistero, ma è anche “il centro di tutto” ed è simboleggiato dalla corda che lega tra loro i pali del tipì, della tenda, pari perciò per funzione alla nostra pietra di volta qui adattata alla loro pratica edificatoria, ma è anche tutto e dappertutto. In principio il Grande Mistero, Wakan Tanka, era Inyan, la cui traduzione (immagino che non sia difficile indovinarla) è la pietra, la nostra pietra di fondamento. Inyan è la pietra di fondamento e Tunka è l’avo di tutte le cose; Wakan Tanka, è tunkasili, l’uomo primigenio; identico quindi all’Adam Kadmon della Cabala e al Vero Antenato del Taoismo. Inyan, sotto forma di Tunka, era il fondamento dei più importanti riti degli indiani delle Grandi Pianure.

Naturalmente Tunka è la pietra caduta dal cielo, la pietra del fulmine.

Qui dipinta di rosso e sacralmente orientata a Occidente, mentre i riti iniziatici erano tenuti dalla Società della Pietra, perché ogni via sacra è comunitaria, e, grazie ai riti, la pietra veniva permeata da un grande potere, cioè da uno spirito: il cielo è scaturito dalla pietra (inyan) e la pietra (tunka) ritorna al cielo.

Danza rituale Sioux

Ci tramandano i Lakota:

tunka, lo spirito della pietra, è lo spirito più antico
in assoluto, poiché è il più duro e incarna la creazione, poiché
simboleggia la virilità… i nostri antenati hanno sempre considerato tunka,
inyan, cioè pietra, wakan, cioè sacro – misterico.

La pietra è dunque l’essere antico, è senza forma e costituisce il principio degli esseri, il loro archetipo, ma è anche l’energia che trasforma, ciò che è potenza e ciò in cui l’uomo può trasformarsi, il trascendente, la gnosi che tutto ciò che esiste è spirito e che ne riconosce l’essenza onnipresente.

Ne conserva un’eco, a ulteriore riprova dell’unitarietà universale e principiale della Tradizione, un inno medioevale dell’XI secolo:

Alfa e Omega, o grande Dio,

Tu dirigi tutto dall’alto,

Tu sostieni tutto dal basso,

Tu abbracci tutto dal di fuori,

Tu riempi tutto dal di dentro.

In realtà questo nostro breve studio sul simbolismo della pietra in saperi lontani nel tempo e nello spazio dal nostro asfittico Occidente, dove unica a pulsare è la nostra Istituzione, e sulla necessaria identità tra pietra d’angolo e pietra di volta, è incomparabilmente riassunto nella Tavola Smeraldina di Ermete Trismegisto:

ciò che sta in basso è simile in tutto a ciò che sta in
alto e ciò che sta in alto è simile in tutto a ciò che sta in basso e
questo perché si compiano i miracoli di un’unica cosa.

Moreno Neri

La Tavola Smeraldina in "Amphitheatrum sapientiæ æternæ" di Heinrich Khunrath, Hannover, 1606