La ricerca della Conoscenza nella “Schola Pitagorica”

La ricerca della Conoscenza nella “Schola Pitagorica”

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Della enorme importanza della “Schola Pitagorica” come precursore della Massoneria si è già detto molto. Si riscontra la comune ricerca iniziatica, lo stesso afflato verso una superiore Armonia dell’intero Universo e si evidenziano, persino, delle marcate affinità strutturali tra le due Istituzioni e molti sono i simboli pitagorici in una Loggia massonica.

Ciò dimostra come la ricerca iniziatica sia la ricerca di una “Sophia-perenne”.

Ciò che possiamo definire come “il Marchio” della attuale Libera Muratoria “speculativa”, cioè la Squadra ed il Compasso incrociati, rappresentano un esplicito riferimento alla “Geometria”…e tutti noi conosciamo bene che proprio sullo studio di essa si basava l’insegnamento pitagorico.

La “Schola Pitagorica”, in quanto Istituzione “iniziatica”, non si basava soltanto sull’esercizio mentale di acquisire nozioni dal più anziano al più giovane; essa era protesa a creare degli “uomini saggi”, capaci appunto di preferire il duro lavoro di ricerca interiore alle ricchezze della vita esterna.

A Crotone, dove Pitagora fondò la sua “schola”, si accrebbe la sua fama ed egli accolse numerosi uditori da quella città, non soltanto uomini, ma anche donne, delle quali è rinomato il nome della sola Teanò. Quanto comunicava ai discepoli più stretti, nessuno è in grado di riportare con sicurezza: in effetti, presso di loro il silenzio era osservato con grande cura. Di tali discepoli alcuni venivano chiamati matematici, altri acusmatici; mentre i matematici avevano appreso gli insegnamenti più difficoltosi con grande sforzo, gli acusmatici avevano imparato in maniera sommaria i fondamenti della dottrina, senza una trattazione più precisa. L’essenza iniziatica della conoscenza pitagorica portava come conseguenza che essa poteva essere acquisita soltanto gradualmente e che fosse mantenuta segreta a chi non era degno di essa. Tale “amore per la Conoscenza” portò i pitagorici a preferire la morte e le persecuzioni piuttosto che piegarsi ai voleri del tiranno di Crotone, Cilone.

Cilone, cittadino di Crotone, fu eminente cittadino per nobiltà, rinomanza della famiglia e per ricchezza del suo patrimonio, ma assai superbo, violento ed ambizioso, abile nel rendere il suo ascendente sugli amici e l’influenza derivata dalle ricchezze mezzi per commettere ingiustizia. Per di più, egli si riteneva degno di ogni cosa nobile, e si riteneva più che degno di essere iniziato ai misteri della filosofia pitagorica. Egli si recò dunque da Pitagora, esaltando la propria persona e chiedendogli l’ammissione alla sua scuola. Il filosofo, tuttavia, osservatane la fisionomia ed avendo il potere di divinare il carattere di una persona dai segni che offriva il corpo, gli consigliò di andarsene e di badare alle proprie faccende. Questa ripulsa fu per Cilone un grande dolore e si considerò offeso.

Dato che era di carattere duro e collerico, dopo avere riunito i suoi amici, egli accusò Pitagora e rivelò loro le insidie che intendeva tendere a lui e ai suoi discepoli. Secondo quanto riferiscono alcuni autori, una volta che i discepoli di Pitagora si furono riuniti presso la casa dell’atleta Milone, durante la sua assenza, i loro nemici li bruciarono e li lapidarono, tanto che due soli discepoli sfuggirono al rogo, Archippo e Liside, secondo quanto scrive Neante. A detta di Dicearco, Pitagora era invece presente il giorno del disastro, e che quaranta dei suoi discepoli, riuniti in una casa di un tale furono catturati con l’inganno, mentre i restanti vennero trucidati ad uno ad uno nella città, là dove essi venivano sorpresi.

Pitagora con molti degli antichi amici si rifugiò nel porto di Caulonia e di lì di nuovo a Locri. Si dice che Pitagora abbia trovato la morte nella comunità di Metaponto, dopo essersi rifugiato nel piccolo tempio dedicato alle Muse, dove rimase quaranta giorni privo del necessario per vivere. Altri autori affermano che i suoi amici, nell’incendio della casa dove si trovavano riuniti, gettatisi nelle fiamme aprirono una via di uscita al maestro, formando con i loro corpi una sorta di ponte sul fuoco. Scampato dall’incendio Pitagora, raccontano ancora, si diede la morte, per il dolore di essere stato privato dei suoi amici. Dopo che sui Pitagorici si fu abbattuta una tale catastrofe, si estinse anche la loro filosofia, che fino a quel giorno era sempre rimasta serbata nei loro cuori, se non alcuni principi, di difficile comprensione, a pena ricordati dagli acusmatici della scuola.

Pitagora, inoltre, non lasciò alcuno scritto e i sopravvissuti Liside ed Archippo e quanti per loro fortuna erano assenti salvarono poche scintille della loro filosofia, oscure e difficili a comprendersi. L’impegno alla segretezza era dunque dettato dall’amore della Conoscenza e si conosce una sola eccezione a questa regola: quella di Ippaso di Metaponto che, quindi, diventa un episodio emblematico.

Sappiamo che alla base del pensiero di Pitagora c’erano queste convinzioni:

a) in primo luogo, l’anima è immortale;

b) essa trasmigra in altre specie di viventi;

c) inoltre entro un dato periodo di tempo tutto ciò che ha avuto origine di nuovo ritornerà ad esistere, e non vi è nulla che sia assolutamente nuovo: per questa ragione tutti gli esseri viventi che si trovano ad esistere sono da considerarsi comuni quanto all’origine.

Inoltre, alla base dei precetti comportamentali dei suoi “discepoli” c’era la pratica costante e quotidiana di un minuzioso “esame di coscienza”. Pitagora esortava a porre attenzione a due momenti: a quello che precede il sonno, e quello del levarsi, dopo essersi destati. E’ cosa buona, affermava, dedicarsi in entrambe le occasioni all’esame delle azioni compiute o che si ha in animo di compiere, perché ciascuno possa dare un rendiconto delle azioni passate e fare una previsione del futuro.

Ma il pensiero Pitagora precorre di molti secoli il sapere umano e si basa sull’osservazione della geometria e sulle proprietà, anche qualitative, dei numeri le cui Leggi” intuisce essere alla base di tutti i fenomeni dell’intero Universo e, quindi, sono esse stesse “sacre”; perciò ringrazia gli Dei per la scoperta del suo celebre teorema. Secondo la Tradizione, egli sacrificò una figura di bue, fatta di pasta, allorché ebbe scoperto che il quadrato dell’ipotenusa era uguale alla somma dei quadrati costruiti sui cateti.

La scoperta del “teorema di Pitagora” fu considerata come la prova di come tutto l’Universo fosse comprensibile attraverso l’esercizio e l’uso della ragione umana. I pitagorici consideravano che tutto potesse essere spiegato con l’uso dei numeri interi (1,2,3,4,5,6,7,8,9,10) e dai loro rapporti ( +, -, x, / ). Tale certezza fu messa a dura prova proprio approfondendo le proprietà del “teorema di Pitagora” e ciò causò un forte “shock”, perché era la prova che non tutto “è razionale” nel mondo o, perlomeno, che la “razionalità” da ricercare era molto più complessa.. Ciò mise in crisi anche le stesse basi comportamentali della comunità pitagorica, improntate allo studio ed alla riflessione, ma anche alla ricerca dell’ Armonia tra gli adepti di uguale grado. Se non tutto poteva essere ordinato e “razionale”, anzi si doveva includere nella realtà anche ciò che era “irrazionale”, a quanti “rischi” poteva incorrere anche un iniziato?

Secondo il teorema di Pitagora, il quadrato dell’ipotenusa di un triangolo equilatero è uguale alla somma dei quadrati dei due lati adiacenti. Ippaso scoprì che la diagonale di un quadrato, il cui lato è espresso con una unità,non può essere espresso con un numero “intero” o da un suo rapporto. In altri termini, si prenda un triangolo equilatero con i due cateti di uguale grandezza che misurino “1”; l’ipotenusa, che è la somma dei quadrati dei due cateti, essendo il quadrato di “1”uguale a “1”, sarà uguale a “1” + “1”. Cioè, la misura dell’ipotenusa, di un tale quadrato, è la “radice quadrata di 2” che come risultato da un numero uguale a “1,4142135623…” che, oltre a non essere un numero “intero” (perché ha la virgola) è costituito da una serie infinita di numeri oltre la virgola (a tutt’oggi, i più moderni computer arrivano a calcolare una sequenza di milioni di cifre, oltre la virgola, dimostrando che tale sequenza è infinita). Ancora adesso, a distanza di moltissimi secoli, un numero di questo tipo prende il nome di Numero irrazionale”, esattamente come lo definì Ippaso di Metaponto. Tutto ciò pone il problema del rapporto tra il continuo ed il discontinuo.

Forse, anche in collegamento con la guerra di Cilone contro i pitagorici, Ippaso fece trapelare all’esterno della comunità iniziatica tale incongruenza e, pare, che fece conoscere ai “profani” ciò che oggi chiamiamo “teorema di Talete”. Anche se non si hanno “prove storiche”, pare che Talete, utilizzando questo “teorema”, misurando la lunghezza delle ombre, ben più di 2.500 anni fa, arrivò ad affermare: a) che la Terra è rotonda; b) che essa “gira” attorno al Sole; c) che tale “rotazione” non è circolare ma è “ellittica” in quanto il Sole rappresenta un “fuoco” di tale “ellisse”…Quanto appena detto, sono teorie che la “scienza” ha dimostrato da alcuni secoli, spesso scontrandosi con scomuniche e dure condanne di chi affermava tale idee così diverse da quanto la “Scolastica” ha posto per secoli come “Verità di Fede”, senza ricercarne ulteriori approfondimenti. Non a caso, alcuni “sapienti matematici orientali”, come il persiano Kaggian nel XII secolo d.c., riportano queste descrizioni cosmologiche. Secondo altre fonti, pare che l’alessandrina Ipazia, figlia di Teone, nel IV secolo d.c., affermasse le stesse cose, rifacendosi alla sapienza dei pitagorici, ormai dispersa.

La colpa principale di Ippaso non fu tanto quella di aver sconvolto il “teorema di Pitagora”, quanto quella di avere tradito il “segreto iniziatico” con i “profani”, infrangendo quella che era “la regola principale” della “Scuola pitagorica”: la segretezza. Per tale motivo, divenne tanto odiato dagli altri pitagorici che, non solo lo cacciarono fuori dalla comunità, ma gli costruirono pure un santuario…come se lui fosse morto. Alcune leggende riferiscono che annegò in mare. Secondo altre, fu ucciso per una decisione della comunità alla quale aveva appartenuto…ma ciò contrasta troppo sia con l’erezione del “santuario in sua memoria”, sia con tutta la “filosofia non-violenta”dei pitagorici che, spesso, si astenevano anche dal mangiare la carne (oltre alle fave) in coerenza con la loro dottrina (di derivazione orfica della metempsicosi, detta anche “della transmigrazione delle anime”. L’ipotesi più accreditata è quella secondo cui nessun pitagorico avrebbe più potuto parlare con lui, trattandolo così…”come se fosse morto”…tale trattamento ricorda il forte anatema che ricevette dalla comunità ebraica alla quale apparteneva, in Olanda molti secoli dopo, Baruch Spinoza, per aver criticato alcuni aspetti religiosi sull’immortalità dell’anima.

Pitagora trasmise ai suoi discepoli la teoria della metempsicosi, secondo la quale l’anima di un uomo può essere “purificata” se quest’ultimo percorre il sentiero iniziatico, seguendo e rispettando “sane” regole e pratiche nella vita quotidiana. Quindi, compito dell’iniziato è quello di attuare tale purificazione, anche evitando di mangiare la carne degli animali, poiché in essi possono “re-incarnarsi” delle persone che per gravi colpe ritornano allo stadio di vita “animale”, mentre l’iniziato poteva aspirare a ricongiungersi con il “Grande Fuoco” posto al centro dell’Universo, dalle cui scintille prendono vita tutte le cose. La stessa teoria è transitata, più o meno senza grosse variazioni, al Buddismo ed ad altre religioni e/o filosofie orientali.

Oggi, il rapporto tra il “continuo” ed il “discontinuo” è ancora irrisolto. La concezione sferica del mondo, precedente alla scoperta einsteiniana dello “spazio curvo”, anticipa la moderna concezione dell’Universo. Ultimo nodo, ma non meno importante, è il rapporto “mente-corpo” (che ha preso il posto dell’antico problema “corpo-anima”) che è un punto trattato con la massima importanza per la moderna psicoanalisi e per le attuali teorie psicoterapeutiche.

Per concludere, dopo più di 2.500 anni, Pitagora e la sua “Schola Italica” (perché fondata in Italia, nella Crotone della “Magna Graecia”), ci trasmette ancora degli insegnamenti iniziatici molto importanti. Da questi insegnamenti traspare come la Conoscenza e l’ Iniziazione siano due facce della stessa medaglia e come le verità iniziatiche debbano essere ricercate da ogni essere umano che sia degno di appartenere a tale genere, cioè da ogni uomo che si sia liberato da dogmi, da fanatismi e da superstizioni.

 G.N