Per un’etica del terzo millennio -1

Per un’etica del terzo millennio -1

Prosegue in: “Per un’etica del terzo millennio – 2

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“Il Maestro Architetto deve meditare profondamente sui problemi umani, spirituali, filosofici, sociali e politici; deve esporre le proprie idee con serenità, chiarezza e tolleranza, cosciente di non possedere la verità, ma di esserne un ricercatore”.

Queste mie poche righe, altro non sono che un modo di comunicare, senza pretese, alcune mie considerazioni sullo stato attuale dei nostri tempi, sull’etica che dovrebbe contraddistinguere il comportamento umano, sui motivi che hanno causato le palesi disfunzioni della società, sul ruolo che devono avere la Massoneria ed il Rito Simbolico Italiano, che non possono non essere presenti nelle riflessioni, nei comportamenti e nell’operatività di chi percorre, con un preciso e coerente impegno interiore, il sentiero della vita.

Ciò premesso, proporrò alcuni argomenti, in forma di provocazione, intesa nel senso etimologico di provocatio, cioè di chiamata e di incitamento alla riflessione; pertanto, in veste di provocatore, prenderò le mosse dalla constatazione della crisi epocale, che sta investendo, da un capo all’altro, il nostro pianeta, che non sembra suscitare moltre preoccupazioni nella cosiddetta pubblica opinione, ormai, anestetizzata dalla cultura dominante.

Il progetto-desiderio di una società migliore deve fondarsi su modelli che mettano, in primo piano, l’uomo non come singolo individuo a se stante, ma come componente del tutto, in armonia con la società, la natura e l’universo intero.

Per un Massone, questo desiderio non è un sogno utopistico, una fuga dalla realtà, ma qualcosa di pensabile, in quanto fattibile, un sogno ad occhi aperti, quindi, ma, per il quale esistono i presupposti della sua realizzazione.

Esso comporta non solo analisi concrete del potenziale della società, ma, anche, fantasia, creatività, rispetto reciproco fra le genti… ed un “pensiero” dalle basi antiche e solide, che conferisca armonia a tutto ciò che ha parte in questo progetto-desiderio.

Non è facile da raggiungere, perciò esige che ci si batta per la sua realizzazione.

Un’era volge al termine; i fatti che accadono, quotidianamente, recano i segni di un tale violento e furioso sconvolgimento. A chi osserva la realtà, sembra che l’intero nostro mondo stia precipitando, sempre più velocemente, verso l’abisso, tanto più, in quanto si manifesta con un crescente disprezzo della dignità umana e del rispetto della natura.

Così, questi duemila anni si sono conclusi lasciando una pesante eredità alla prossima era, nella quale vivranno i nostri figli.

I notiziari, quotidianamente, ci confermano che questa crisi investe, a diversi livelli di gravità, tutte le espressioni, della vita politica, economica, sociale, culturale ed amministrativa, influenzando, negativamente, la morale pubblica e privata, i comportamenti, il costume, le relazioni psicologiche individuali e, persino, i rapporti interpersonali.

Cosa sta accadendo, dunque ?

Per alcuni osservatori distratti, quello che si manifesta, oggi, come un sintomo di disfacimento, in sostanza, non sarebbe altro che il travaglio di un “nuovo cielo ed una nuova terra”, che, sempre più, si avvicinano ; quanto più vicino è il fondo, tanto meno distante è il punto d’impatto, prima della svolta.

Ci attendono, allora, tempi duri, ma chi riuscirà a salvarsi dal capovolgimento dei parametri non solo mentali, che ci attende sarà pronto e temprato, si dice, per edificare il nuovo ordine sulle rovine del disfatto.

Io non voglio condividere questa funesta previsione, cioè, che al duemila seguirà la fine del mondo; però, mi pare che i segni premonitori dei tempi non siano tali da ispirare alcuna forma di ottimismo, che, peraltro, allo stato dei fatti, diverrebbe un’indiretta complicità con i devastatori della terra.

Che cosa sta accadendo, allora?

Come ripeto, con insistenza, ai fratelli che mi sono più vicini, le civiltà in ascesa hanno sempre un preminente carattere sintetico, tendente ad unire ciò che è separato; da quest’azione unificatrice, che i Greci esprimevano con il verbo simballein, mettere assieme, unire, nasce la cultura del Simbolo, la civiltà simbolica.

Dal processo inverso del diaballein deriva, invece, la cultura diabolica, la quale, separando ciò che era unito, provoca una reazione a catena dagli effetti devastanti, che, oltre ad insidiare l’armonia del vivere ed a stravolgere la scala dei valori, minaccia, addirittura, la sopravvivenza della terra che ci ospita e ci nutre.

Innumerevoli sono le cause, dirette o indirette, che innescano questa reazione a catena, a cominciare dallo strapotere e dalla spregiudicatezza del capitale, che programma i suoi investimenti, esclusivamente, al solo scopo di moltiplicare i profitti, di esasperare, attraverso la competitività, uno sfrenato senso egoistico e di considerare l’uomo, soltanto, come un semplice strumento della produzione e/o dell’azienda.

Io, però, mi limiterò a proporre all’attenzione, solo, tre cause, oggettivamente intese, meno indagate delle altre e del tutto trascurate dalle analisi sociologiche ed epistemologiche.

Queste tre cause sono : l’antropocentrismo, lo scientismo ed il culto della specializzazione che, a mio giudizio, operano sul meccanismo di disaggregazione, come, altrettanti, acceleratori.

L’antropocentrismo è l’antica dottrina che, confondendo ciò che è spirituale, con ciò che è materiale, pone l’uomo al centro dell’universo, senza considerare che, se spiritualmente, spaziando nell’infinito, il suo centro è ovunque, come entità corporale egli è l’abitatore di una galassia situata non al centro, bensì all’estrema periferia dell’Universo.

Dimenticandosi di questo particolare, l’uomo, autoelettosi sovrano assoluto del cosmo si sente in diritto, per proprio interesse, di deturpare foreste, di sbancare montagne, di far strage della fauna, di inquinare terra, aria ed acqua, con i suoi veleni, di manipolare il patrimonio genetico delle piante e degli animali, per fornire cani da salotto, sempre, più piccoli, maiali e vitelli sempre più gonfi, pomodori e patate di dimensioni sempre più grandi (magari, quadrate, per favorire l’incassettamento), senza tener conto di alcuna altra legge, eccetto quella del suo tornaconto personale.

Così, questo signore del mondo è diventato il killer della terra e resta l’unico animale che distrugge l’ambiente dove vive, in relazione al fatto che tutto è lecito.

Il secondo acceleratore del processo di disaggregazione è lo scientismo, dilatazione ipertrofica dell’illusione illuministica settecentesca del progresso ininterrotto e delle “magnifiche sorti e progressive”, secondo cui la scienza è la più importante di qualsiasi attività umana, che non ha limiti all’estensione delle sue conoscenze e può riparare qualsiasi guasto, provocato dai suoi errori.

Un’illusione della quale, già sul finire del 1800, il grande Henry Bergson aveva valutato l’estrema pericolosità, poiché la scienza non può tutto e non è vero che sia sempre in grado di riparare i propri errori.

Scientia sine coscientia nihil est, ammonivano i vecchi ermetisti.

Il terzo acceleratore del processo di disaggregazione è il culto della superspecializzazione.

A questo punto, penso che la mia provocazione possa suscitare una reazione di rigetto, tanto più acuta in chi ha ottenuto un titolo specialistico o un prestigioso master; tuttavia resta il fatto che la superspecializzazione comporta una frammentazione del sapere in particelle, che si vanno facendo, sempre, più piccole, sicché la specializzazione diventa solitudine, vera e propria alienazione.

Eppure, questo culto del particolare va diffondendosi in ogni settore della scienza e della cultura e mi pare fuori dubbio che, se questo sfrangiamento di conoscenze può favorire la moltiplicazione delle cattedre universitarie e la proliferazione degli uffici, non giova, sicuramente, all’unità del sapere dell’uomo.

Pitagora, Eraclito, Dante, Pico della Mirandola, Bacone, Leonardo da Vinci, Newton, Goethe, il Principe di San Severo, Beniamino Franklin, Laplace e lo stesso Einstein hanno lasciato un segno indelebile delle loro creatività, dedicandosi, contemporaneamente, alle scienze, alle arti ed alla filosofia, ma erano, guarda caso, tutti iniziati, tutti seguaci di qualche scuola esoterica, quindi, spiritualmente, riluttanti ad appiattirsi in un’unica dimensione o, addirittura, come può accadere oggi, in un angolino di quella dimensione.

Ovviamente non s’intende svalutare la specializzazione in assoluto; non vorrei che il tono delle mie affermazioni vi inducesse a supporre che io sia tanto sprovveduto da patrocinare la figura macchiettistica di un intellettuale, tuttologo, depositario dell’intero scibile universale, che sputa sentenze; perciò mi pare opportuno precisare qual è il mio intendimento: ben venga lo specialista capace di arricchire questo o quel settore della ricerca, purché non si trasformi in homo unius libri, che sa tutto di un solo libro.

Purché il medico specialistico ricordi che un paziente è un tutt’unico e non può essere guardato solo a pezzi; purché il farmacologo, che dovrebbe consultare, umilmente, le opere dei suoi lontani predecessori non produca costosissimi “specifici”, che curano un disturbo, causandone altri due, come conseguenza degli effetti collaterali; purché chimici, ingegneri, critici, biologi, filosofi, agrari, urbanisti e sociologi non si rinchiudano nella spocchiosa solitudine dei loro orticelli, lasciandosi, in tal modo, più facilmente, usare come passivi strumenti di un potere, in cambio di un avanzamento di carriera e per qualche dollaro o euro in più.

La specializzazione ha un valore reale se porta all’approfondimento di una ricerca che non prescinda da una concezione organicistica dell’unitarietà dell’uomo, da un’armonica interazione delle conoscenze e dalle leggi inviolabili della natura, alla quale si può comandare, soltanto obbedendo alle sue leggi; che non si prescinda, neppure, dalle esigenze della collettività, poiché, come sentenziavano gli antichi maestri, che erano, anche, maestri di vita, “la scienza senza la coscienza è nulla”.

Oggi, più che mai, allora, mentre in vaste aree del pianeta, milioni di uomini annaspano sotto il segno del diaballein, del diabolico separatore e frammentatore di ciò che è unico, oggi in cui si è smarrito il senso dell’en to pan, dell’unità del tutto, oggi, più che allora, abbiamo bisogno di filosofi, coordinatori ed equilibratori del pensiero e di uomini di buona volontà.

Ed in questa era di superspecializzazione, l’unica scienza olistica globale esistente è quella esoterica, che non ha, ovviamente, l’assurda pretesa di sostituirsi a tutte le altre, ma che rivendica, con pieno diritto, a nome di una tradizione plurimillenaria, la funzione di elevatrice dello spirito e di educatrice della coscienza, quella coscienza senza la quale la scienza è nulla.

Aprirsi a questa nuova coscienza è, oggi, una necessità improrogabile ed il rendersene conto significa compiere, già, il primo passo verso il cambiamento.

Il Ser. Presidente del Rito Simbolico Italiano

Fr. Maestro Architetto Giovanni Cecconi