ULTERIORI PRIME INDAGINI SULL’AQUILA ROMANA DEI SANTI APOSTOLI

ULTERIORI PRIME INDAGINI SULL’AQUILA ROMANA DEI SANTI APOSTOLI

Il primo riferimento, seppur non specifico, al rilievo marmoreo dell’aquila imperiale, conservata nella basilica romana dei santi Apostoli, ci viene fornito dall’archeologo e storico Mariano Armellini nel suo Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX (Tipografia Vaticana, Roma, 1891, p. 250). Papa Adriano I, così scrive Armellini, in un trattato diretto a Carlo Magno accenna alla «meravigliosa ampiezza della chiesa dei SS Apostoli, che dice adorna di musaici. I materiali furono tolti forse alle vicine e già cadenti termi imperiali di Costantino; ma è favola che fosse fatta colle spoglie del vicino Foro Traiano donate da Narsete. In alcuni fogli volanti contenenti scritture del secolo XVI, negli archivî della Santa Sede, ho trovato il seguente documento intitolato: “Stima delli seguenti sassi che esistevano dentro la chiesa vecchia dei ss. Apostoli”.»

Il testo aggiunge in maniera documentata anche un’altra importante informazione sulla possibile collocazione originaria del bassorilievo: le Terme di Costantino situate sul colle del Quirinale. A convalidare questa affermazione aggiungiamo l’associazione iconografica della corona di foglie di quercia all’imperatore Costantino (prima di lui fu associato ad Augusto, sempre a seguito di una guerra civile) e successivamente a tutta la sua casata (fig.1). La corona di quercia o corona civica (corona querquensis) era utilizzata come onorificenza fin dai tempi della Repubblica e spettava a chi avesse salvato la vita ad un cittadino romano o salvato Roma stessa. Plutarco (Coriolano III, 2-4) motiva l’utilizzo delle foglie di quercia in quanto queste erano sacre a Giove, protettore in primis della Città. A meritarla fu anche Scipione l’Africano per aver salvato il padre Publio durante la battaglia del Ticino e non possiamo dimenticare che … fu proprio un’aquila a brandire l’elmo di Scipio.

Moneta romana di epoca costantinea sul rovescio la corona querquensis
Moneta romana di epoca costantinea
sul rovescio la corona querquensis

Un secolo prima del riferimento del Rucellai la Basilica soggiaceva in uno stato di rovina a seguito di un terremoto. È sempre Armellini a scrivere che «Nel terremoto del 1348 la basilica ruinò, e in quello stato si giacque poco meno d’un secolo insieme a moltissimi edificî della città fino ai giorni di Martino V, che rinnovò la basilica col palazzo di sua famiglia ivi attiguo» (Op. cit., p. 252). Anche Rucellai cita Martino V proprio nello stesso paragrafo in cui descrive il rilievo marmoreo. Il posizionamento del bassorilievo al disotto dello spazio del pulpito adibito alle prediche (pergamo) potrebbe quindi risalire molto probabilmente agli anni di pontificato di Martino V ed essere lì rimasto fino al riposizionamento voluto da Giuliano della Rovere con il decisivo apporto del cardinale Bessarione, come sottolineato dallo studioso Sible de Blaauw («Private Tomb and Public Aitar: The Origins of the Mausoleum Choir in Rome», in Memory & Oblivion, Proceedings of the 29. International Congress of the History of Art, edited by Wessel Reinink, Jeroen Stumpel, Kluwer Academic Publishers, Dordrecht, 1999, pp. 475-482: 479).

Il portico della Basilica, sede attuale dell’opera marmorea, fu realizzato dall’architetto Baccio Pontelli chiamato a Roma da Giuliano della Rovere; Giorgio Vasari nelle sue Vite si spinge addirittura ad attribuire al Pontelli tutte le opere volute da Sisto IV. Mentre la maggior parte delle fonti riconducono all’epoca di Giuliano Della Rovere l’attuale collocazione del rilievo nel portico, Sara Magister precisa che la collocazione del rilievo dell’aquila imperiale voluta dal cardinal nipote Giuliano Della Rovere non era nel portico, bensì sopra la porta d’ingresso della Chiesa: «… fin dagli anni cinquanta del secolo [XV] il rilievo era divenuto celebre anche per il suo essere una splendida reliquia dell’antichità. Questo fattore e la sua elevata qualità dovettero spingere il Della Rovere a recuperarlo dalle rovine dell’antico presbiterio e a collocarlo, entro il 1481, in un posto d’onore: sopra il portale di ingresso della basilica. Ma le motivazioni non erano solo estetiche. L’aquila è incorniciata da una corona di quercia e la quercia è noto elemento araldico della casata roveresca. Il rilievo, dunque, venne riutilizzato e ricollocato in un punto strategico» (Sara Magister, Arte e politica: la collezione di antichità del cardinale Giuliano Della Rovere nei palazzi ai Santi Apostoli (Accademia nazionale dei Lincei, Roma, 2002 p. 574)

Francesco Fontana: sezione della basilica prima della demolizione del 1702 (notare le edicole rettangolari al di sopra delle volte)
Francesco Fontana: sezione della
basilica prima della demolizione del 1702
(notare le edicole rettangolari al di sopra delle volte)

Ciò influirebbe sulla cronologia della collocazione, ma non inficia l’importanza né del ruolo del discepolo di Giorgio Gemisto Pletone né del momento storico in cui avvenne l’esposizione esterna.

Accettando quest’ultima ipotesi l’attuale collocazione del rilievo marmoreo non può che essere avvenuta a seguito del rinnovamento della basilica voluto nel 1702 da Clemente XI e commissionato all’architetto Francesco Fontana che la riedificò dalle fondamenta, tanto che della struttura precedente non rimasero che sei colonne e il portico quattrocentesco.

La conclusione del Settecento è l’età napoleonica. L’aquila è il simbolo imperiale per eccellenza e Napoleone Bonaparte per l’impero da lui fondato volle conformarsi ai canoni neoclassici del suo tempo. Egli per i propri stemmi ristabilì un’aquila più vicina al modello naturale ed al modello romano: ad una testa, volante, o in ogni caso sorante (che sta spiccando il volo).

È presente in questo modulo iconografico anche un aspetto essenziale, massonico, che ci viene ricordato da Arturo Reghini: «Napoleone I, “nostro fratello e protettore dell’Ordine”, come ci dicono i Rituali del primo Supremo Consiglio d’Italia (1805), riesumando le legioni e le aquile … mostrava la sua comprensione del compito da attuare … [che] non ha nulla a che fare con le correnti di carattere universale, che poggiano sopra concezioni profane di natura prevalentemente economica» (Il Santo Impero, pubblicato nella rivista “Era Nuova”, 1925).

A partire dal 1805 Milano divenne prima capitale della Repubblica Italiana e poi del Regno d’Italia voluto da Napoleone Bonaparte. Con la rivoluzione francese tutti gli stemmi, considerati simboli di schiavitù, vennero aboliti ma, successivamente, Napoleone ne ripristinò la possibilità e per evitare abusi, il 17 gennaio 1812, decretò che nessuna città, nessun comune o pubblico stabilimento avesse ad esporre stemma particolare se prima non ne avesse ottenuta l’espressa concessione. Milano ebbe, il 9 gennaio 1813, la concessione di un nuovo stemma la cui descrizione (blasonatura) recitava:

Porta lo scudo d’argento colla croce piana e centrata di rosso; terminato dal capo di verde colla lettera N d’oro posta nel cuore ed accostata da tre rose a sei foglie del medesimo; Cimato dalla corona murale a sette merli, d’oro, sormontata dall’aquila nascente al naturale, tenente tra gli artigli un caduceo d’oro in fascia. Il tutto accompagnato da due festoni intrecciati d’ulivo e di quercia dell’ultimo, divisi tra i due fianchi, ricongiunti e pendenti dalla punta.

Stemma napoleonico di Milano
Stemma napoleonico di Milano

Ritroviamo nello stemma di Milano l’aquila e la corona di foglie di quercia, due elementi che ci riportano indietro di pochi anni, con precisione al 1798, allorché venne pubblicato per i torchi dei Lazzarini Tipografi a Roma un opuscolo scritto dall’avvocato romano Giovanni Battista Bondacca ed intitolato Lo stemma della Repubblica Romana restituito al suo antico lustro.

Di Bondacca sappiamo solo che era un erudito collezionista di monete antiche per mezzo delle quali «e delle estese cognizioni che egli aveva acquistate, si proponeva di pubblicarne una storia ma la di lui morte avvenuta nel 1803, ha privato il pubblico del suo stimabile autore». Tornando al suddetto opuscolo il suo frontespizio era già esplicativo: compariva un’immagine del pittore e incisore Pietro Leone Bompelli (già autore di sigilli e carte intestate di alti funzionari della Repubblica Romana) raffigurante una corona di foglie di quercia con all’interno della stessa un’aquila spiegata (ad ali aperte) sormontante un cartiglio recante la scritta “Repubblica Romana”. L’aquila teneva nel becco il berretto frigio, simbolo della libertà riconquistata e mutuato dalla Rivoluzione Francese.

Nell’introduzione Bondacca spiega che lo scopo dell’opuscolo era di ricavare dagli emblemi dell’antica Roma, riscontrabili attraverso lo studio dei monumenti, quello «più acconcio alla nostra rigenerata Repubblica». Solo tornando agli «illustri esemplari di eroismo e virtù» (Op. cit., pag.2)  si sarebbe trovata la giusta via per la democrazia. Tra gli antichi emblemi presi in esame era l’aquila (quella riprodotta nel frontespizio dell’opuscolo) ad essere prescelta, descritta come il simbolo più appropriato dei «Sacri Principj» di Libertà ed Eguaglianza.

Il modello originale indicato con precisione dall’autore come riferimento era quello dell’antico bassorilievo marmoreo conservato nell’atrio della Basilica romana dei SS Apostoli, del quale Bondacca sollecitava lo spostamento nella sede più prestigiosa e onorifica del Campidoglio (Op. cit., p. 28).

Massimo Astolfi