LA SIGLA MALATESTIANA

LA SIGLA MALATESTIANA

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 Particolare interesse ha sempre suscitato la sigla, composta da una S e una I intrecciate, scolpita su stemmi, frontoni, pilastri, tombe del Tempio come un sigillo onnipresente.

Pietrificata, suscita un sentimento il cui significato, di volta in volta, si tenta e si è tentato di spiegare.

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Secondo gli accusatori e i romantici le due lettere intrecciate significano Sigismondo e Isotta insieme. Tra i primi, contemporanei di Sigismondo, naturalmente lo stesso Pio II, che lo scomunicò e che dichiarò che il monumento “non sembra un Tempio di Cristo, bensì di fedeli adoratori di demonio“. Tra gli altri prendiamo a campione il romantico Gabriele D’Annunzio, che, tra parentesi, era martinista, secondo il quale la S iniziale del nome di Sigismondo attanaglia nella stretta ferrea la filiforme fragilità della I del nome di Isotta. Ma, secondo altri, forti di ricerche storiche, il monogramma era usato da Sigismondo come firma abbreviata, fin dalla sua giovinezza, già prima quindi che egli fosse preso d’amore per Isotta degli Atti. Era infatti usanza fra i principi di quel tempo adoperare per il loro monogramma le prima due lettere del loro nome: troviamo KA per Carlo Malatesta, NO per Novello, fratello di Sigismondo , FE per Federico di Urbino.

Peccato che le ricerche storiche siano solo riuscite a dimostrare che Sigismondo ha cominciato ad usarla solo nell’anno nel quale ha certamente conosciuto Isotta. E ciò la dice lunga sulla serietà degli storici. Ne vale a dimostrarla un passo di Gaspare Broglio. D’altro canto si sarà giocato anche sull’ambivalenza e sull’ambiguità che il monogramma non rappresenta solo la firma abbreviata con le prime due lettere di Sigismondo, ma anche quella di Isotta. Come bene sintetizzava Luigi Tonini, oltre un secolo fa, è “la ripetuta Sigla Si, indicante SIgismondo, ovvero ISotta, o Sigismondo e Isotta insieme.“. In conclusione nulla ci vieta di pensare che Sigismondo sia stato contento in cuor suo della coincidenza che gli consentiva d’incorporare l’iniziale della sua donna nel Tempio e che fra i due amanti si giocasse su questa allusione. Ma giocavano sicuramente su un altro piano…. Tarocchi, iniziazione, cappella dei pianeti, Macrobio…la filosofia e teogonia e cosmologia di Pletone… Roberto Valturio, amico e consigliere di Sigismondo, in un famoso passo del De Re Militari aveva alluso a “simboli tratti dai più occulti penetrali della filosofia e altrettanto atti ad attrarre fortemente i dotti quanto a permanere nascosti al volgo“.

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Alle medesime lettere S e I, altrove, Guénon dà il significato di due simboli connessi: il serpente e l’albero o il bastone attorno al quale esso vi si arrotola e che è rappresentato da un asse verticale; di esso si trova un altro esempio nel sigillo di Cagliostro, rappresentato da un serpente e una freccia. E Guénon aggiunge: “…essenzialmente la lettera S rappresenta la molteplicità e la lettera I l’unità, ed è evidente che la loro corrispondenza rispettiva col serpente e con l’albero assiale concorda perfettamente con questo significato; è completamente esatto che in tutto questo vi è qualcosa che deriva da un esoterismo profondo…“.


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Altrettanto singolare è il fatto che Dante, nella Divina Commedia (Paradiso, XXVI, 133-134), faccia dire ad Adamo che il primo nome di Dio fu I (il che corrisponde alla “circolarità” e “primordialità” del simbolismo).


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Un punto che permette un accostamento particolarmente significativo tra la tradizione iniziatica occidentale, rappresentata dal Tempio, e la tradizione estremo-orientale, è la palese corrispondenza del monogramma a due noti simboli taoisti. Il monogramma ha infatti strettissime attinenze con l’yin e yang, altrettanto complementari ed inseparabili, e corrispondenti rispettivamente alle lettere S e I, e ancora nell’I Ching, le due determinazioni dei trigrammi e degli esagrammi, la linea spezzata e la linea intera. E ancora la I in cinese significa “unità”.

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Sigismondo “et amava perdutamente Ixotta degli Atti“, come dice Ezra Pound nei Cantos malatestiani. Indicava Pletone che tra i doni che gli dei diedero al nostro corpo sia per servire la nostra parte immortale e dominante, sia per approfittare del suo aiuto, sia per assaporare certi piaceri che ci sono propri…istituirono quest’unione dei due sessi, così seducente e piacevole. Quando la verga di Sigismondo faceva dio nel ventre della sua Venere ed Ixotta godeva del suo Marte di ritorno dalle guerre, archetipicamente, il Signore e la Signora di Rimini avranno associato i loro movimenti col ritmo delle onde, gli odori salmastri con l’odore del sesso. HUDOR ET PAX. Ai ritmi potenti conseguono gli umori, la spuma di Venere, la pace, la beatitudine. Se ne troverà l’illustrazione nella formella denominata “gli influssi della luna”: come Venere, anche Sigismondo approda infine alla riva di un’isola beata.


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Se intuiamo una conoscenza inconscia dell’ipostasi della nostra genesi acquatica, è nell’unione dei due sessi che la cogliamo: La luce penetra nella grotta. Io! Io! Con questa acutezza Pound vide, similmente a Porfirio nell’antro delle ninfe, la necessità della illuminazione nel coito, quel raro momento di natura regia e di numeri d’oro. Già Platone aveva insegnato che “tutto quest’ordine, l’Artefice taglio per il lungo, facendone di uno due, una metà sopra l’altra, e il loro centro congiunse in forma della lettera X“. Questa meraviglia è presente nell’etimologia della parola sesso, sezionato. Altro guadagno si raggiunse nel Rinascimento con la felice espressione “copula mundi“. Pound l’accenna: “Eleusis è molto ellittica“. Cosicché il coito non è e non dev’esser altro che il rito, la ierogamia, o meglio la reminiscenza dell’estasi da cui l’Uno si fece Due. Così dunque – insegna una tradizione esoterica- l’uomo è virile per i genitali e la parola, ma passivo per il cervello, mentre la donna aperta alla fecondazione fisica e animica, è, a sua volta, fecondatrice nello spirituale. Perciò il coito congiungendo i poli opposti dei suoi membri chiude le sue sedi genitale e boccale per la ricostituzione dell’ellissi. Quale migliore immagine per la salda unione di Sigismondo e Isotta! E la sua plastica rappresentazione la si volle espressa in simbolo.


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Comunque sia, resta il fatto che il simbolo grafico, così ripetuto e onnipresente, sta nel Tempio di Sigismondo in luogo della croce, dando così ragione a Guido Nozzoli che lo definiva “un tempio alchemico d’amore”.

Ma torniamo sulla I, che, per Dante, è il primo nome di Dio. Essa significa propriamente l'”unità” divina”, ed equivale alla yod ebraico, geroglifico del Principio, ma anche principio di tutte le lettere dell’alfabeto, quindi il punto centrale che produce con la sua espansione, il cerchio della manifestazione universale. Del resto la stessa lettera I, anche nella numerazione latina, rappresenta l’unità a causa della sua forma di linea retta, che è la più semplice di tutte le forme geometriche, essendo il punto “senza forma”.

L’analogia con la croce , nella tradizione ermetica, collimante con la simbologia cinese, è di capitale importanza e collima con l’interpretazione data da Guénon: il braccio verticale è attivo, simile all’uomo che sta in piedi, all’uomo “svegliato”, cosciente, l’attivo I, che passa attraverso il passivo, suggerisce un’idea di fecondazione, e proprio all’unione dei sessi rimanda filosoficamente il simbolo, ben oltre la semplice nozione di accoppiamento. L’idea, penetrando nell’intelligenza ricettiva, la feconda. Dio si unisce alla natura per generare ciò che è. La nostra energia sposa il nostro organismo, perché questo agisca. E’ l’applicazione che dà valore ad ogni forza.


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Sempre, a questo proposito, Yukteswar, nel suo libro The Holy Science, analizzando quella profonda allegoria della vita umana che è, nella Genesi, la storia di Adamo ed Eva, ci offre un ulteriore spunto. Poiché nell’Universo, come abbiamo veduto, tutto è formato da una duplice polarità maschile e femminile – che corrisponde all’originale doppia polarità, di spirito creante e materia creata – Adamo ed Eva rappresentano le due polarità integrate dell’Uomo Originale (che difatti molti miti dell’antichità, compreso quello raccontato da Platone, simboleggiano con la figura dell’androgino). L’albero del bene e del male rappresenta la colonna vertebrale attraverso la quale scorre continuamente l’energia vitale (detta in sanscrito kundalini), simboleggiata dal serpente.


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Dopo la caduta di Adamo ed Eva, il cammino di ogni anima consiste nel tentativo di risalire fino all’integrazione originale, di riunificare le due opposte polarità e “rientrare nell’Eden”. Quando le polarità sono ricongiunte si è realizzata “la Grande Opera”, avvengono quelle che la tradizione alchemica chiama “le nozze filosofiche”, il “rebis” o l’androgino platonico.


Del resto il simbolismo del tempio, nasce soprattutto sulla base degli insegnamenti dottrinari di Gemisto Pletone, pitagorici, platonici ed ermetici.

E’ notevole che la stessa scoperta dell’America sia indirettamente dovuta a Giorgio Gemisto Pletone, che trasmise in Occidente nel 1438 la perduta “Geografia” di Strabone, che Cristoforo Colombo utilizzò come principale autorità per convincere gli scettici sulla sua idea di configurazione della terra.

Sarà infine curioso notare come il dollaro, adottato come unità di moneta dagli Stati Uniti d’America nel 1792, quindi esattamente 300 anni dalla scoperta dell’America, dal massone George Washington, le cui banconote recano inequivocabili immagini massoniche, abbia come simbolo una “s” percorsa in verticale da due linee (principio attivo ascendente e discendente), benché in caratteri tipografici esso sia più comunemente riprodotto con una sola linea:

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Alcuni romantici hanno vagamente intuito nel Tempio Malatestiano un Tempio d’amore. Si potrebbe quasi credere, dal punto di vista psicanalitico, ad un effetto dispiegato dagli archetipi in proposito disseminati nel Tempio, o simbolicamente a un effetto magico dei simboli sparsi.

Il Tempio contiene innumerevoli accenni all’unione sessuale. Non solo i simmetrici medaglioni di Sigismondo e Isotta, ma essenzialmente le innumeri sigle congiunte adombrano nascostamente l’androgine spirituale. Possiamo accostare l’atto sessuale a quella stessa condizione di morte attiva che si compie nell’iniziazione. Il potere della sessualità si chiarisce meglio nella tradizionale nozione indù del kundalini, un “potere serpentino”.


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Dobbiamo ipotizzare che la cerchia di Sigismondo fosse a conoscenza di elementi non ammessi esplicitamente dal Nuovo Testamento e che sono noti pubblicamente solo da pochi decenni attraverso i cosiddetti “Vangeli gnostici”, scoperti nel 1945 a Nag Hammadi in Egitto, nei quali si proclama la superiorità di Maria Maddalena rispetto agli Apostoli e dai quali emerge un rapporto intimo di tipo sessuale tra Gesù e Maddalena ed un contrasto continuo tra essa e Pietro, il fondatore della Chiesa Cattolica Romana. Naturalmente considerato il sessismo della Chiesa, questa conoscenza doveva restare occultata.

E’ interessante notare come sedici anni prima della scoperta lo scandaloso scrittore David Herbert Lawrence, più noto come l’autore de L’amante di Lady Chatterley, pubblicò un romanzo noto come The Man Who Died, il cui titolo originale è The Escaped Cock. Nel romanzo di Lawrence Gesù, l’uomo che era morto, sopravvive alla crocifissione e trova la sua vera rinascita attraverso l’atto sessuale con Maria Maddalena, una sacerdotessa di Iside. L’accostamento con il dio Osiride, morto e risorto e sposo della dea, nel romanzo breve è esplicito. Nel titolo originale “Il gallo fuggito”, immagine che ritroviamo nel Tempio malatestiano nell’icona di Mercurio, la figura del gallo è associato al corpo risorto-eretto, infatti in inglese cock indica volgarmente il pene, come in italiano uccello.

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E’ noto che i primi cristiani si ispirarono molto all’iconografia di Iside per la Vergine Maria. Nel Tempio Malatestiano sono assenti le immagini della Vergine Maria, alla dea Iside si sostituisce la dea Isotta, diva Isotta, fatto che fu ritenuto sconcertante fin dall’inizio dell’edificazione del Tempio.

Nel Tempio riminese, oltre la sigla, ne è testimonianza l’altrettanto onnipresente rosa. Ancora più l’esplicita, e già allora criticatissima, dedica alla Diva, cioè Dea, Isotta, la cui assonanza con Iside è particolarmente inquietante. L’inno alla Dea rappresentato dal Tempio è, in realtà, su un piano più ineffabile, sciolto al principio femminile divino. Sophia? La Shakti indù? Vi anche chi identifica il misterioso Baphomet templare in Sophia e Iside, come Hugh Schonfield.

Mediteremo, pitagoricamente, su questa massima:

Fa’ di uomo e donna un cerchio, di questo un quadrato, poi un triangolo e di nuovo un cerchio; così otterrai la pietra dei savi.

Contempleremo queste due raffigurazioni della tetraktys pitagorica.

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Moreno Neri