Massoneria e Chiesa: Papa Francesco

Massoneria e Chiesa: Papa Francesco

Immagine del Papa Francesco in un sito cospirazionista e antimassonico
Immagine del Papa Francesco in un sito cospirazionista e antimassonico

Maestro Architetto Presidente e Maestri Architetti tutti, nell’elaborare il mio scritto mi sono chiesto se la mia esposizione sarebbe stata adeguata rispetto a ciò su cui si dovrebbe meditare in un Rito di perfezionamento e se quanto ascolterete possa suonare adatto ad essere chiamato “Tavola”.

Ne ammetto i limiti espositivi e, nel sollecitare la Vostra fraterna pazienza, vi chiedo di voler considerare il mio dire come quel “pensare a voce alta” cui spesso si fa riferimento quando si prende la parola nel Tempio.

Sulla spinta del tema di quest’anno sui rapporti tra Massoneria e Chiesa, ho pensato di focalizzare l’attenzione sulla figura della quale gli organi di informazione si occupano pressoché giornalmente ed il cui nome è risuonato spesso in questo Tempio: Papa Francesco, Jorge Mario Bergoglio.

Parlare del Capo della Chiesa Cattolica in un Tempio Massonico può sembrare come uno dei tanti tentativi di mescolare il sacro con il profano; un sacro ed un profano visti dal versante della Massoneria ovviamente. Questa commistione risuona come cosa d’ altri tempi mentre oggi ha acquisito valore una frase spesso citata a proposito dell’attuale Papa “dopo la sua elezione nulla sarà più come prima”. E’ una previsione (forse una speranza) che saranno il tempo e le azioni a confermare o meno; ma certo la sensazione prevalente è che un cambiamento sia stato appena avviato e che potrebbe portare verso risultati ancora non compiutamente prevedibili. Proprio per queste attese ho ritenuto non inappropriato dedicare la mia riflessione a questo Papa e discuterne nel Tempio.

La Chiesa Cattolica stà vivendo un periodo buio dal quale è giocoforza che debba venir fuori se intende riaffermare i suoi valori millenari. Questo appare inevitabile, pena la sua decadenza.

La mia sensazione è che il cammino della Reintegrazione della Chiesa Cattolica prenda avvio e forza da due eventi: le dimissioni di Benedetto XVI e la elezione di Francesco. Due eventi tra i quali si possono ravvisare più che occasionali relazioni.

Che un Papa si dimetta non accadeva da circa 700 anni (l’ultimo fu Gregorio XII il 4 luglio 1415); le dimissioni di Benedetto XVI le abbiamo vissute in diretta. Cosa si è capito dell’essenza di queste dimissioni? Illazioni, tantissime.

Ma cosa può portare un Papa a dimettersi? Ne tento una lettura.

La impossibilità di governare la Chiesa con l’autonomia che compete al Papa (non si dimentichi che il Papa è un sovrano assoluto; uno degli ultimi, fuori dal tempo forse, ma indiscutibilmente assoluto) e la probabile presa di coscienza di non avere un entourage sicuro ed in sintonia potrebbero aver reso di fatto il Papa un ospite di riguardo in una prigione arredata come un palazzo dorato di cui Egli possiede le chiavi ma che non riesce più ad amministrare con sicurezza perché in qualche modo si è cercato di togliere dalle sue mani le leve del comando. Cosa rimane da fare ad un capo spirituale, allora? Forse battere i pugni sul tavolo? Forse urlare la propria autorità? Non è certo così (e non solo per un Papa) che si possa dare sostanza ad un ruolo. Ed ecco, meditata chissà quanto e con che stato d’animo, l’azione più logica: dare un esempio tangibile fortissimo e lasciare il seggio di Pietro. Gesto con il quale, inevitabilmente, è stato reso pubblico il disagio nel quale si trova l’organizzazione della Chiesa Cattolica, la presa d’atto del rischio che la Chiesa continui a perdere credibilità, il timore di alienare masse di fedeli divenute tiepide ai richiami della religione. Un stato di malessere che, probabilmente, ha convinto Benedetto XVI di non avere più la forza richiesta per il governo della Chiesa e di dover consegnare il timone in mani più salde. Un atto di estremo coraggio e di profondissima responsabilità cui neanche i più aspri critici del papato erano preparati. Sapeva il Papa cosa sarebbe avvenuto dopo le sue dimissioni? Chi sarebbe asceso al governo della Chiesa? Forse no. Ma certo non gli sarà mancata la forza della Fede e la fiducia assoluta nella Provvidenza.

Quale Papa sarebbe potuto venir fuori dal Conclave del marzo 2013 è stato oggetto di pronostici e dotte analisi.

I Cardinali-elettori avevano tre orientamenti da seguire nel prendere la loro decisione:

  • il primo: guardare verso l’Oriente, serbatoio di anime da convertire
  • il secondo: confermare e rafforzare lo stile tradizionale di governo della Chiesa
  • il terzo: tornare alla spiritualità della Chiesa delle origini

Ognuno di questi indirizzi aveva una figura di riferimento, almeno nelle digressioni dei vaticanologi.

Nel primo caso il giovane Cardinale filippino Luis Antonio Tagle, nel secondo caso il Cardinale italiano Angelo Scola (tra l’altro esponente di Comunione e Liberazione), nel terzo caso uno dei Cardinali del Sud-America, area geografica dove la Fede è ancora tangibilmente sentita tanto che la Chiesa ricopre ruoli sociali. Tra questi Cardinali del Sud-America veniva indicato un ventaglio di “papabili”: il brasiliano Odilo Pedro Scherer, l’argentino Leonardo Sandri, il cubano Lucas Ortega y Alamino.

Le cose sono andate in maniera diversa. Tutto ciò che era stato detto e scritto sul Concilio è stato smentito dal risultato ed alla loggia di San Pietro si affaccia Francesco. E da subito troppe cose deviano dalla tradizione abitudinaria: il saluto ai fedeli con un “buona sera”, l’insistere a definirsi “Vescovo di Roma”, e poi un susseguirsi di inusualità quali il conservare la croce di ferro, il non indossare le scarpe nè la stola rosse, il non vivere nell’appartamento papale, il non sottrarsi all’abbraccio della folla; e tanto altro che si è potuto vedere dai reports degli organi di informazione.

Francesco abitua progressivamente ad un linguaggio di una semplicità disarmante ma, proprio per questo, ben intellegibile. Si tratta di uno stile papale imprevisto ed imprevedibile, ben lontano dall’aristocratico ed almeno apparente distacco (probabilmente involontario) di Benedetto XVI che, a sua volta, contrastava con la abilità e facilità con le quali Giovanni Paolo II teneva “la scena” e dialogava, specie con i giovani.

Francesco, sin dalle prime esternazioni, richiama non i suoi più recenti predecessori ma la figura di Giovanni XXIII per la semplicità dei modi, la ricchezza interiore che rivela ogniqualvolta esprime il suo pensiero, le affermazioni a volte sorprendentemente rivoluzionarie nel campo della dottrina. Troppo presto per trarre conclusioni ma troppo coinvolgente per non seguirne con attenzione i futuri passi.

Parlare allora di questo Papa in un Tempio Massonico appare pertinente perché sono convinto sarà inevitabile che, nella nostra società in veloce trasformazione ed evoluzione, Massoneria e Chiesa Cattolica tornino non a scontrarsi ancora ma a confrontarsi ancora e che il nuovo Papa possa essere chiamato a dirimere e risolvere il dissidio annoso tra le due istituzioni. In una recente inchiesta condotta dai giornalisti Giacomo Galeazzi (de La Stampa) e Ferruccio Pinotti (de Il Corriere della Sera), pubblicata con il titolo di “Vaticano massone”, viene riportata una lettera che l’ex G:.M:. del G:.O:.I:. Virgilio Gaito ha indirizzato a Giovanni Paolo II, lettera vergata insieme al Cardinale Silvio Oddi, nella quale si chiede un “patto di pacificazione” tra Chiesa e Massoneria sostenendo la conciliabilità tra la fede cattolica e l’appartenenza alla Libera Muratoria. Tale lettera, la cui data non è specificata ma pare ascrivibile al triennio 1999-2001, è successiva ad altra missiva a Giovanni Paolo II, sempre da parte del Fr:. Gaito e datata 1 febbraio 1996, con la quale venivano abbozzate le argomentazioni che verranno riprese ed ampliate nella seconda.

E’ reale la conciliabilità tra Chiesa e Massoneria cui fanno riferimento Gaito e Oddi?

A me pare che il vero problema non sia la conciliabilità tra Cattolicesimo e Massoneria ma il ritenere che l’una rappresenti il vero, la “vera verità”, e che l’altra rappresenti l’inganno, il falso, l’errore.

In nessun documento istituzionale della Massoneria si incontra un riferimento critico nei confronti di qualsivoglia religione “nella quale tutti gli uomini convengono”.

Sappiamo tutti che un Massone , per potersi riconoscere tale, “non sarà mai un ateo stupido né un libertino irreligioso”. Ateo è chiunque neghi l’esistenza di Dio; stupido è colui che rivela scarsissima intelligenza; libertino è chi dimostra di perseguire costumi corrotti ed una condotta disordinata; irreligioso è chi è privo di sentimento religioso; e così si chiude il cerchio riportandoci alla figura dell’ateo. Si potrebbe allora interpretare in positivo quel passaggio degli “Antichi Doveri” nel modo seguente: un Massone sarà un credente razionale che ricerca l’essenza di sé stesso con l’aiuto del suo sentimento religioso e che orienta la propria vita verso l’ armonia in modo che sia degna di esempio e di emulazione.

E’ una interpretazione che ha valore sopratutto per me.

Chi non possiede le ricordate caratteristiche spirituali non rappresenta solo ciò che la Massoneria aborre ma neppure potrà essere accettato da una religione.

Nel mio cammino, che all’epoca della fanciullezza e giovinezza è stato permeato dal Cattolicesimo, sono andato maturando una trasfigurazione della figura tradizionale di Gesù Cristo, non senza un certo timore peraltro, accostandola a quella dell’Iniziato ideale: Egli lavora per il bene ed il progresso spirituale dell’Umanità; versa il suo sangue per tutta l’Umanità perché il versarlo è per una causa giusta; ricuce lo strappo tra l’Uomo ed il Padre Suo/Grande Architetto dell’Universo; si immola per una grande opera di riconciliazione.

Così come il Maestro Venerabile ricorda al Neofita: non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te e fa agli altri tutto il bene che vorresti che gli altri facessero a te, Cristo dice: tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro (Vangelo di Matteo); dice: ecco il mio comandamento: che vi amiate l’un l’altro come io ho amato voi (Vangelo di Giovanni); ed ancora dice: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa (Vangelo di Matteo). Tutti riferimenti che, volenti o nolenti, si ritrovano nei simboli e nei riti della Massoneria.

Nella mia convinzione della possibilità di conciliazione tra Chiesa e Massoneria, il mio Cristo trasfigurato altro non è che il Proto-Massone perché se è vero (come peraltro più volte abbiamo sentito) che tanti si dicono massoni senza esserlo mentre tanti sono massoni senza sapere di esserlo, è altrettanto vero che una straordinaria quantità di analogie si possono cogliere tra la storia ed i documenti costitutivi della Massoneria e l’insegnamento di Cristo tramandato nella tradizione ufficiale e non ufficiale. Questo Proto-Massone, Gesù Cristo, non si è presentato come un pensatore, un moralista bigotto o un riformatore religioso. Egli ha portato una vita nuova (o la speranza di una vita nuova) ed ha operato una vera e propria mutazione dell’ umanità centrata sulla sua persona.

Questa visione mi porta ad affermare che Cristianesimo (volutamente generalizzo il termine per non usare quello di “Chiesa”) e Massoneria abbiano sì ambiti diversi ma, forse, solo in apparenza.

Il Cristianesimo – come io lo conosco, l’ho vissuto e lo vivo – è una fede che non si chiude nel misticismo e nella contemplazione ma che richiede agli uomini (ed anche questo lo abbiamo sentito ribadire da Papa Francesco) di agire, di operare nel mondo per la realizzazione di quei valori etici che Cristo aveva introdotto o riportato nel mondo e nella storia. Le voci evangelicamente più avanzate del Cristianesimo hanno affermato che è dovere del cristiano compiere ogni sforzo per fare di questo nostro un mondo veramente a misura d’uomo; un mondo nel quale la giustizia, la pace, la solidarietà e la fraternità diventino quel che devono essere, ossia universali.

La Massoneria, dal suo canto, non è una fede né una filosofia, ce lo ripetiamo spesso; non si occupa (o non dovrebbe occuparsi) di valori materiali o tecnici o di erudizione ma esclusivamente di quei valori etici universali per i quali val la pena versare il proprio sangue; quegli stessi valori che il Proto- Massone Gesù Cristo ha testimoniato. L’Uomo è il soggetto e l’oggetto della Massoneria. L’Uomo, quella straordinaria realtà familiare e quotidiana con la quale ci accompagniamo giorno dopo giorno incontrandolo costantemente ovunque c’è un altro oltre noi.

C’è forse un Uomo per la Massoneria ed un Uomo per il Cristianesimo? o piuttosto c’è un unico Uomo, l’Uomo universale, lo specchio di noi stessi, l’io nell’altro?

E se si ammette che c’è un unico Uomo universale, se si accetta questa idealità, c’è forse da sorprendersi se un Cristiano riesce a trovarsi serenamente a proprio agio nella Massoneria e se un Massone incontra nel Cristianesimo quegli stessi principi di fratellanza, rettitudine, solidarietà, ansia di verità e di miglioramento spirituale che l’hanno spinto a bussare alle porte del Tempio?
Sono insomma proprio così dissimili ed inconciliabili i due ambiti? Si è convinti che Massoneria e Cristianesimo lavorino ognuno per un mondo terzo che non sia un mondo comune, quello dello spirito universalmente inteso e dell’Uomo?

Uno spiraglio per la mutua comprensione e per una conciliazione viene, a mio parere, dall’intervista che il Papa ha concesso lo scorso anno al direttore del quotidiano “La Repubblica”, Eugenio Scalfari. Una conversazione che definirei “inquietante” ma in senso positivo.

Dice il Papa al suo intervistatore: “Lei sa cos’è l’àgape? È l’amore per gli altri, come il nostro Signore l’ha predicato. Non è proselitismo, è amore. Amore per il prossimo, lievito che serve al bene comune”. Per noi Massoni, àgape è un convito fraterno o un banchetto rituale; ma, in senso più estensivo il vocabolo, che deriva dal greco agàpe, ha il significato di affetto ed anche di amore.

Affetto ed amore per chi se non per i Fratelli e, per naturale estensione, per tutti i nostri affetti e per l’umanità intera? Ecco che la parola “agape”, per noi abituale, nelle parole del Capo della Cattolicità acquista un sapore particolare.

“Il Figlio di Dio si è incarnato per infondere nell’anima degli uomini il sentimento della fratellanza. Tutti fratelli e tutti figli di Dio…….L’àgape, l’amore di ciascuno di noi verso tutti gli altri, dai più vicini fino ai più lontani, è appunto il solo modo che Gesù ci ha indicato per trovare la via della salvezza e delle Beatitudini”. Queste parole potrebbero legittimamente prestarsi ad una reinterpretazione anche in chiave massonica del concetto di Fratellanza intendendolo come il sentimento che, cementato dall’àgape cioè dall’amore versi tutti, permette a noi – uomini imperfetti e dubbiosi – di rinnovare e rinforzare i legami che ci rendono solidali l’uno con l’altro e che ci permettono di compiere qualche passo, sempre incerto, nello scosceso cammino della conoscenza.
Due affermazioni:”……I Capi della Chiesa spesso sono stati narcisi, lusingati e malamente eccitati
dai loro cortigiani. La corte è la lebbra del papato “ e “…… quando ho di fronte un clericale divento anticlericale di botto. Il clericalismo non dovrebbe aver niente a che vedere con il cristianesimo”, lasciano perplessi e sorprendono.
“….io credo in Dio. Non in un Dio cattolico, non esiste un Dio cattolico, esiste Dio”; potrebbe una tale asserzione lasciare indifferenti? Essa crea un accostamento con la Massoneria, forse casuale ma sostanziale nel significato, e con la sua finalità istituzionale di comprendere in sé tutte le religioni ammettendo per Dio un unico nome: il G.A.D.U.

Una ulteriore esternazione : “….Abbiamo constatato che nella società e nel mondo in cui viviamo l’egoismo è aumentato assai più dell’amore per gli altri e gli uomini di buona volontà debbono operare, ciascuno con la propria forza e competenza, per far si che l’amore verso gli altri aumenti fino ad eguagliare e possibilmente superare l’amore per se stessi”; pare una sorta di dichiarazione programmatica che acquista valore etico universale.

Francesco ha affermato che il rinnovamento della Chiesa Cattolica passa per il “cambiare mente” cioè per una profonda modifica del modo di pensare sia dell’ uomo di Chiesa che del fedele. Ha sostenuto che “serve una Chiesa capace di intercettare la strada dei fedeli, che sappia dialogare con quei discepoli che vagano senza meta, da soli, con il proprio disincanto, con la delusione di un cristianesimo ritenuto ormai terreno sterile, infecondo, incapace di generare senso”. E’ una apertura di credito eccezionale per tutti coloro che cercano la “luce”, una luce di vita, di conforto, di scienza e conoscenza.

Ha dichiarato che la Chiesa non può essere “autoreferenziale” (abitudine ampiamente diffusa e non solo nella chiesa cattolica), che “La chiesa è la casa di tutti, non una piccola cappella che può contenere solo un gruppo di persone selezionate”; ed ancora che “Bisogna accompagnare l’uomo con misericordia”.

Sono insperabilmente stimolanti le realtà spirituali (e non solo spirituali) che Papa Francesco ha aperto ed offerto alla meditazione di tutti coloro che vogliono sentire; con tali aperture di credito è probabilmente inevitabile doversi confrontare; quasi doveroso, specie quando si intuiscono vicinanza di sentimenti, di sensibilità, di orizzonte mentale; tutte manifestazioni dell’animo che uniscono e cancellano le artificiose contrapposizioni di un passato che ancora ci insegue. “Dio sta in tutte le parti: bisogna saperlo scoprire per poterlo annunciare nell’idioma di ogni cultura”. E’ un invito alla intuizione priva di preconcetti che si sublima se al posto di Dio scrivessimo G.A.D.U.

Allorchè al Papa viene posta la domanda: “Santità, esiste una visione del Bene unica? E chi la stabilisce?”, Egli risponde sorprendentemente che “Ciascuno di noi ha una sua visione del Bene e anche del Male. Noi dobbiamo incitarlo a procedere verso quello che lui pensa sia il Bene…… Ciascuno ha una sua idea del Bene e del Male e deve scegliere di seguire il Bene e combattere il Male come lui li concepisce. Basterebbe questo per migliorare il mondo”. Sono parole in base alle quali si è autorizzati a rimettere in discussione una dei motivi che, storicamente, sono stati imputati dalla Chiesa Cattolica alla Massoneria: “il metodo massonico è…..incompatibile…….. in quanto si fonda su una concezione simbolica relativistica del tutto inaccettabile per un cristiano….”.

Lo ricordava un C:.mo M:. A:. in una sua recente tavola. Annosa questione quella del relativismo; a me pare, in realtà, annosamente noiosa e capziosa; ed a ragione, la ricordata tavola del M:.A:. concludeva che “la vera natura del moderno relativismo…. si coniuga con il dogmatismo”. Niente di più lontano dalla Massoneria ma sembrerebbe anche lontano dalla mente di Francesco perché il Suo riferimento al Bene ed Male ed al valore che ognuno di noi può dare al Bene ed al Male equivale ad una ammissione di relativismo, che in un Papa sembrerebbe impensabile. In tal senso le espressioni del Papa fanno intravedere un insperato ampliamento della coscienza cattolica che spiega il Suo più volte ripetuto richiamo alla Misericordia.

Essere misericordiosi altro non è che aprirsi alla pietà ed al perdono. Questo mi aspetto da un uomo di Chiesa. Nessun dogmatismo assoluto né relativo. Non c’è posto per nessun relativismo edulcorato secondo interessi di parte. C’è posto solo per l’Uomo e per il G.A.D.U.

Certo è ragionevolmente possibile che tutto ciò che sto cercando di sostenere sia lontano dalla mente di Papa Francesco ma i suoi primi atti, certi comportamenti, certe affermazioni e certe aperture almeno apparenti denunciano la presa di coscienza della volontà di ricompattare il gregge, senza distinzioni dequalificanti o ghettizzanti, di riportarlo nel suo ovile spirituale, di dargli speranza, credibilità e credito; di eleggere la comprensione, la misericordia, la umiltà a testimone di un rinnovato patto di solidarietà con i fedeli.

In questo percorso annunciato, se così sarà confermato, è altamente probabile che il Papa, e con Lui la Chiesa Cattolica, reincontri la Massoneria; e sarà inevitabile, proprio per onorare i principi in cui si crede, sedersi ad un tavolo di consultazione e spogliarsi dei pesanti orpelli che gli uomini, e non le istituzioni, hanno innalzato come un recinto di separazione tra ciò che è dentro (il giusto) e ciò che è fuori (l’ingiusto, il diverso, l’altro).

Chiudo questo mio pensare con una ultima considerazione personale: se è vero – come vero ritengo che sia – che l’Uomo è quell’essere pensante e raziocinante che noi conosciamo, e se è vero che quest’Uomo non può fare a meno dell’anelito alla Trascendenza, ne consegue che la Religione – qualunque essa sia e con qualsivoglia etichetta la si specifichi – altro non sia che il mezzo per giungere tutti, consapevolmente od inconsapevolmente, allo stesso fine: il Grande Architetto dell’Universo.

Chiedo allora agli uomini raziocinanti come si possa ancora ammettere che esista (o persista) ed in che cosa consista il dissidio tra Chiesa e Massoneria se non per un artificio costruito per partigianeria rancorosa ed isolazionista, mantenuto alimentando le peggiori paure scaramantiche, all’opposto di quando dimostra la storia, la ragione e la conoscenza?

M:.A:. Domenico P.

Or:. di Ravenna 13.03.2014 E:.V:.